
Benché la mia attenzione sia rivolta sulle frasi sottolineate, ho voluto riportare quasi per intero l’ultima parte di una delle lettere del non breve carteggio tra Franz Kafka e Milena, per carpire alcune curiose analogie con i suoi scritto più famosi…
[Praga, 14.IX.20]
Martedì
[…] Le cose stanno all’incirca così: io, bestia silvestre, non stavo, si può dire, nella selva giacevo non so dove, in un fosso lurido (lurido beninteso soltanto per la mia presenza) ed ecco che ti vidi fuori all’aperto, la cosa più meravigliosa che avessi mai visto, dimenticai tutto, mi dimenticai interamente, mi alzai, mi avvicinai, timido bensì in quella nuova eppure natia libertà, mi avvicinai dunque, arrivai fino a te, tu fosti tanto buona, mi accovacciai presso a te come se ciò mi fosse lecito, posai il viso nella tua mano, ero tanto felice, tanto orgoglioso, tanto libero, tanto potente, tanto a casa mia, sempre così: tanto a casa mia – ma in fondo ero pur sempre la bestia, appartenevo pur sempre alla selva, vivevo all’aperto soltanto per grazia tua e senza saperlo (poiché avevo dimenticato ogni cosa) leggevo la mia sorte nei tuoi occhi. Non poteva durare. Anche accarezzandomi con la mano più generosa dovevi notare certe particolarità allusive alla selva, a questa origine, a questa vera patria, e vennero le necessarie, necessariamente ripetute discussioni sull’"angoscia"
Tu chiedi come io viva: ecco, così vivo.
“Lurido beninteso soltanto per la mia presenza”
Tale spiacevole frase riappare sottoforma di dialogo proprio nel “Processo”, dove Josef K., parlando con la signora Grubach , grida “La pensione pulita!...se vuole tenere pulita la pensione, il primo che deve sfrattare sono io”.
Le ultime sottolineature, invece, delineano l’ immedesimazione con Gregor Samsa – oramai costretto in quell’orrida forma di “bestia”- che con la totale consapevolezza della propria situazione irreversibile e, conseguentemente, del proprio destino “nel buio”, nutre una flebile speranza… ovvero quella di riuscire a trascinare con sé la sorella. Tuttavia, il tutto appare agli occhi di Samsa/Kafka un’utopia… ed infatti <
L’impossibilità di conciliare questo buio (il momento della scrittura) con la luce (l’amore/il mondo esterno) si tramuta in angoscia. Una tortura insopportabile.
Altra cosa curiosa:
In uno dei tanti colloqui che il giovane Gustav Janouch allora riportava tanto scrupolosamente sui suoi quaderni, egli ci rivela che alla domanda “la s del protagonista, samsa, ha la stessa posizione
della k in kafka...parrebbe un crittogramma...”il dr.Kafka scrollò la testa negando, al contrario asserì che non si trattava di una confessione, ma solo di una indiscrezione…
Ma nonostante questa sua dichiarazione, sembrerebbe quasi che la psiche gli abbia giocato uno scherzo! e che la lettera qui sopra riportata ci rivela ben altra cosa…